Roma – Ogni anno in Italia le malattie cardiovascolari causano circa 220mila morti, il 35% di tutti i decessi. Il dato non arriva da un comitato politico, ma dall'Istituto Superiore di Sanità, e merita attenzione ben maggiore di quella riservata alle ennesime dichiarazioni di rito sul “sistema sanitario che funziona”. Perché la verità, scomoda ma evidente, è che la maggior parte di questi decessi sarebbe evitabile con comportamenti individuali corretti, non con l'ennesima legge statale.
Il titolo di questo articolo è volutamente provocatorio, ma i numeri lo confermano: secondo uno studio pubblicato sul Lancet, l'80% degli infarti prematuri è legato a fattori di rischio modificabili. Il fumo è il primo, ma non è l'unico. La pressione alta, il colesterolo, il diabete e la sedentarietà fanno la parte del leone. Eppure, nel dibattito pubblico italiano, la salute del cuore viene quasi sempre raccontata come una questione di risorse pubbliche: più ospedali, più medici, più fondi. Nessuno ha il coraggio di dire che il problema principale sta prima, nello stile di vita.
La Fondazione Veronesi, in una recente pubblicazione, ha ricordato cinque regole fondamentali per la salute del cuore: stop al fumo, riduzione del sale, dieta mediterranea, attività fisica regolare e controllo della pressione. Regole che non costano nulla, se non in termini di disciplina personale. E che, soprattutto, non richiedono alcuna autorizzazione statale. Questo è il punto che manca in Italia: la prevenzione è una questione di libertà e responsabilità, non di divieti e sussidi.
Prendiamo il fumo. L'Italia ha già una delle legislazioni più restrittive d'Europa, con il divieto di fumare nei locali pubblici introdotto nel 2003 e ampliato negli anni. Eppure, secondo l'Istat, fuma ancora il 20% della popolazione, circa 10 milioni di persone. La tassazione sulle sigarette, tra accise e IVA, vale oltre 15 miliardi di euro l'anno per lo Stato. Un introito enorme che crea una dipendenza reciproca: lo Stato non può permettersi che gli italiani smettano di fumare, perché altrimenti il bilancio pubblico andrebbe in pezzi. È questa la vera ipocrisia di chi predica la salute ma campa sulle tasse del vizio.
Il sale è un altro capitolo. L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un consumo massimo di 5 grammi al giorno, ma in Italia si superano mediamente gli 8 grammi. Il problema non è il sale che aggiungi a tavola, ma quello nascosto nel pane, nei formaggi e nei salumi. La soluzione non è l'ennesima tassa sulle merendine o l'obbligo di etichette a semaforo, come pure qualcuno propone, ma una corretta educazione alimentare che parte dalle famiglie. La pressione alta, infatti, è il principale fattore di rischio per l'ictus e l'infarto, e riguarda un italiano su tre.
Perché tutto questo è importante? Perché il sistema sanitario italiano è allo stremo, con liste d'attesa insostenibili e una spesa pubblica che cresce senza controllo. Secondo i dati del Ministero dell'Economia, la spesa sanitaria pubblica supera i 130 miliardi di euro l'anno, ma i risultati non sono all'altezza. Il motivo è semplice: lo Stato spende male, perché interviene a valle, sulle cure, invece che a monte, sulla prevenzione. Un paziente che arriva in ospedale con un infarto costa in media 10mila euro, una cifra che basterebbe a finanziare anni di campagne anti-fumo efficaci. Ma la prevenzione non fa voti, mentre il taglio delle tasse sì.
La visione liberale della salute è chiara: lo Stato deve garantire i servizi essenziali, non gestire la vita dei cittadini. Le cinque regole del cuore sono un esempio perfetto di come la responsabilità individuale, se supportata da informazione corretta e incentivi giusti, possa fare più di qualsiasi legge. In Svizzera, dove la spesa sanitaria è in parte a carico dei cittadini, il tasso di mortalità cardiovascolare è inferiore del 20% rispetto all'Italia. Non è un caso: quando si paga direttamente per la propria salute, si diventa più attenti.
C'è però chi obietta: senza l'intervento statale, le persone non cambieranno mai. È la stessa logica che ha portato al divieto di vendita delle bevande zuccherate in alcuni paesi, con risultati discutibili. I dati dicono che le tasse punitive colpiscono soprattutto i più poveri, senza ridurre significativamente il consumo. In Messico, dove la tassa sulle bevande zuccherate è attiva dal 2014, il consumo è sceso di appena il 7% in due anni, ma la spesa per la salute è aumentata. La strada giusta è un'altra: educazione, informazione e responsabilizzazione.
Il cuore è un muscolo che non chiede permessi. Non aspetta leggi, non aspetta i fondi pubblici, non aspetta i comitati etici. Risponde solo alle scelte di chi lo abita. E la prima scelta, oggi, è quella di spegnere l'ultima sigaretta, togliere il sale, muoversi di più. Sembra poco, ma è tutto. In un paese che ha fatto della delega allo Stato una religione civile, la vera rivoluzione liberale è ripartire da sé stessi. Senza aspettare che qualcuno, dall'alto, ci dica come vivere. Perché la salute è il primo bene, ma è anche la prima responsabilità.
Por Renan Filho · 2026-09-26