**Lead**
Il Consiglio dei ministri ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge del Veneto sul fine vita, approvata lo scorso mese dal consiglio regionale. La decisione, annunciata al termine di una riunione tesissima, ha messo in luce le profonde divisioni all'interno della coalizione di governo, contrapponendo l’ala autonomista – rappresentata da Lega e Forza Italia – a quella più cauta di Fratelli d’Italia. La legge veneta, prima nel suo genere in Italia, autorizza il suicidio medicalmente assistito per pazienti affetti da patologie irreversibili, nel rispetto dei criteri fissati dalla sentenza della Corte costituzionale del 2019. Il ricorso governativo sostiene che la materia sia di esclusiva competenza statale, violando il principio di uniformità sul territorio nazionale.
**Contesto**
La legge regionale, voluta dal presidente leghista Luca Zaia, era stata approvata con i voti della maggioranza di centrodestra e di alcuni esponenti del Partito Democratico. Il testo riprende sostanzialmente i requisiti indicati dalla Consulta nella storica sentenza sul caso Cappato-Dj Fabio: il paziente deve essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetto da una patologia irreversibile che causa sofferenze intollerabili, e deve essere capace di prendere decisioni autonome. La novità introdotta dal Veneto è la creazione di un comitato etico regionale per la valutazione dei casi, snellendo i tempi rispetto all’attesa di una legge nazionale, mai arrivata.
Il governo, guidato da Giorgia Meloni, ha impugnato la legge per conflitto di attribuzione, ritenendo che la regione abbia invaso la competenza esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile e penale. La mossa ha subito spaccato la maggioranza: la Lega, partito del governatore Zaia, ha definito l’impugnativa “un atto centralista che calpesta l’autonomia regionale”, mentre Forza Italia, pur sostenendo il governo, ha chiesto di “non criminalizzare il diritto alla scelta”. Fratelli d’Italia, invece, si è schierata compatta a favore del ricorso, sottolineando la necessità di “una legge nazionale che tuteli la vita in ogni fase”.
Il dibattito sul fine vita in Italia ha radici profonde, intrecciando questioni giuridiche, etiche e culturali. Il paese, a forte tradizione cattolica, ha visto negli ultimi anni una crescente domanda di laicità e autodeterminazione. La sentenza del 2019 aveva già aperto uno spiraglio, ma il Parlamento non è mai riuscito a tradurla in una legge organica, lasciando il vuoto normativo che le regioni – come il Veneto – hanno tentato di colmare. Altre regioni, come la Toscana e l’Emilia-Romagna, hanno annunciato di voler seguire l’esempio veneto, aumentando la pressione sul governo centrale.
**Analisi**
L’impugnativa della legge veneto non è solo una questione di riparto di competenze: è il riflesso di una tensione culturale che attraversa l’intera società italiana. Da un lato, il principio di autonomia regionale, sancito dalla Costituzione, viene invocato per legiferare su temi eticamente sensibili in assenza di una legge nazionale. Dall’altro, il governo centrale difende l’uniformità delle tutele fondamentali, temendo che una frammentazione normativa possa creare disparità tra cittadini – il cosiddetto “turismo del fine vita” – e aprire la strada a derive eutanasiche.
La spaccatura nella maggioranza è sintomatica di un’Italia che fatica a trovare un equilibrio tra valori tradizionali e istanze di libertà individuale. La Lega, storicamente regionalista, vede nella legge veneta un banco di prova per l’autonomia differenziata, mentre Forza Italia cerca di mediare tra l’elettorato cattolico moderato e quello liberale. Fratelli d’Italia, invece, si pone come baluardo di una visione più conservatrice, in linea con le posizioni della Cei. Il risultato è un governo che, su un tema così delicato, mostra crepe profonde, proprio mentre il paese si prepara a un confronto parlamentare sulla legge delega per il fine vita, già in discussione alla Camera.
La Corte costituzionale sarà chiamata a decidere entro pochi mesi. Se dovesse dichiarare illegittima la legge veneta, si riaprirebbe il vuoto normativo, spingendo il Parlamento a legiferare. In caso contrario, si aprirebbe la strada a una regionalizzazione del diritto alla morte assistita, con implicazioni culturali enormi: l’Italia, paese della “cultura della vita” per eccellenza, si troverebbe a convivere con normative diverse a seconda della regione di residenza. Un paradosso che interroga l’identità stessa del paese.
**Fonti**
- Sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019 (caso Cappato-Dj Fabio). - Legge regionale del Veneto sul fine vita, approvata dal Consiglio regionale nel 2026. - Comunicato del Consiglio dei ministri del 5 novembre 2026. - Dichiarazioni pubbliche del presidente della Regione Veneto Luca Zaia e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, riportate da agenzie di stampa nazionali (ANSA, Adnkronos). - Dibattito parlamentare in corso alla Camera dei Deputati sul disegno di legge delega per il fine vita.
Por Renan Filho · 2026-11-05