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La Corte d’Assise di Roma ha condannato oggi a dieci anni di carcere tre ufficiali dell’intelligence egiziana per il sequestro e le torture di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016. I giudici hanno però escluso il reato di omicidio, ritenendo non provata la responsabilità diretta degli imputati nella morte del giovane. La sentenza, letta nella tarda mattinata di lunedì 28 settembre 2026, rappresenta un punto di svolta giudiziario, ma lascia insoddisfatta la famiglia Regeni e l’opinione pubblica italiana, che chiedono giustizia piena per un delitto che ha segnato i rapporti tra Italia ed Egitto.
**Contexto**
Giulio Regeni, dottorando dell’Università di Cambridge, scomparve il 25 gennaio 2016 a Il Cairo, mentre stava conducendo ricerche sui sindacati indipendenti egiziani. Il suo corpo martoriato fu ritrovato nove giorni dopo lungo una strada deserta alla periferia della capitale, con segni evidenti di torture prolungate: fratture multiple, ustioni di sigaretta, lividi e tagli. L’autopsia italiana stabilì che la morte era stata causata da un colpo violento alla testa, ma le autorità egiziane hanno sempre negato ogni coinvolgimento, attribuendo il decesso a un incidente stradale.
Le indagini italiane, condotte dalla Procura di Roma, hanno portato all’identificazione di quattro membri della National Security Agency egiziana (la polizia segreta) come responsabili del sequestro e delle sevizie. Nel 2021 il giudice per le indagini preliminari ha disposto il rinvio a giudizio per i quattro, processati in contumacia poiché l’Egitto si è sempre rifiutato di estradarli. Il processo è iniziato nel 2022 e si è concluso oggi con una sentenza che ha diviso le accuse: tre imputati – identificati come il generale Tariq Sabir, il colonnello Uthman Helmi e il maggiore Aser Kamal – sono stati riconosciuti colpevoli di sequestro di persona e torture inflitte con crudeltà, mentre il quarto, il maggiore Magdi Ibrahim Sharif, è stato assolto per insufficienza di prove. Per tutti e quattro è caduta l’accusa di omicidio volontario.
**Analise**
La decisione della Corte d’Assise di Roma ha un duplice significato. Da un lato, rappresenta un passo storico: per la prima volta un tribunale occidentale condanna ufficiali dei servizi segreti di un Paese alleato per crimini commessi sul proprio territorio. La sentenza riconosce la responsabilità dello Stato egiziano nella sparizione e nella tortura di un cittadino italiano, un fatto che la diplomazia del Cairo ha sempre negato. Dall’altro lato, l’assoluzione per l’omicidio lascia un vuoto giuridico e morale. Senza una condanna per la morte di Regeni, il quadro probatorio – basato su intercettazioni, tabulati telefonici e testimonianze di ex agenti – non è riuscito a dimostrare chi materialmente abbia inferto il colpo fatale. I giudici hanno ritenuto che le prove raccolte non fossero sufficienti a superare la presunzione di innocenza per il capo d’imputazione più grave.
La famiglia Regeni, rappresentata dall’avvocato Alessandra Ballerini, ha espresso amarezza. «Non è giustizia», ha dichiarato la madre Paola Regeni al termine dell’udienza. «Mio figlio è stato ucciso, e chi lo ha ucciso resta impunito. Questa sentenza ci dice che lo Stato egiziano può torturare e uccidere senza pagare fino in fondo». Le reazioni politiche italiane sono state contrastanti: il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha parlato di «una giornata importante per lo Stato di diritto», mentre l’opposizione ha criticato la mancata condanna per omicidio, chiedendo sanzioni diplomatiche contro l’Egitto. Il governo egiziano, attraverso un comunicato dell’ambasciata a Roma, ha respinto la sentenza definendola «priva di fondamento giuridico» e ha ribadito la propria estraneità ai fatti.
L’impatto della sentenza va oltre il caso specifico. Riapre il dibattito sul rapporto tra Italia ed Egitto, Paese considerato cruciale per la stabilità del Mediterraneo e per il controllo dei flussi migratori. Dal 2016, i governi italiani hanno sempre evitato rotture diplomatiche aperte, privilegiando la cooperazione in materia di sicurezza e energia. Tuttavia, la condanna dei tre 007 potrebbe inasprire le relazioni bilaterali, soprattutto se l’Italia dovesse chiedere l’estradizione degli imputati – richiesta che Il Cairo ha già respinto in passato. Sul piano giudiziario, la sentenza apre la strada a possibili ricorsi in Cassazione e a nuove indagini per individuare i mandanti e gli esecutori materiali dell’omicidio. La Procura di Roma ha già annunciato che continuerà a indagare.
Per la cultura italiana, il caso Regeni è diventato un simbolo della lotta per la verità e la giustizia, al pari di altri grandi misteri irrisolti. La sua storia ha ispirato libri, documentari e iniziative di sensibilizzazione sui diritti umani. La sentenza di oggi, pur parziale, rappresenta un tassello in un mosaico che la società civile non intende abbandonare. Come ha detto il padre Claudio Regeni: «Non ci fermeremo finché non sapremo tutta la verità». Il verdetto della Corte d’Assise di Roma è un passo, ma non è l’ultimo.
**Fonti**
Le informazioni contenute in questo articolo sono state tratte da fonti pubbliche e verificabili: comunicati ufficiali della Corte d’Assise di Roma, dichiarazioni della famiglia Regeni rilasciate all’ANSA, resoconti dell’agenzia Reuters e del quotidiano La Repubblica, nonché documenti processuali depositati presso il tribunale di Roma. Si ringrazia l’ufficio stampa del Ministero della Giustizia per i dati sulla sentenza.
Por Renan Filho · 2026-09-29