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Roma – “È schiattato”, “che me ne frega”. Sono le agghiaccianti parole che, secondo quanto trapela da fonti investigative, sarebbero state pronunciate da alcuni agenti di polizia mentre il corpo senza vita di Mohamed A., conosciuto come Fakir, giaceva sull’asfalto in una via di periferia. La registrazione audio, finora inedita, è stata acquisita dagli inquirenti e sta facendo il giro dei media italiani, alimentando un’ondata di sdegno e rinnovando il dibattito sull’operato delle forze dell’ordine.
**Contexto**
La vicenda risale allo scorso anno, quando il venditore ambulante 42enne, originario del Cairo e regolarmente soggiornante in Italia, venne fermato durante un controllo di routine. Secondo la versione ufficiale iniziale, l’uomo sarebbe stato colto da un malore improvviso. Ma la scoperta di un video amatoriale e di una registrazione ambientale – il cui contenuto è stato confermato da più fonti giudiziarie – ha gettato una luce diversa sugli ultimi istanti di Fakir. Nelle tracce si sentono voci sovrapposte, risate soffocate e commenti che i parenti della vittima definiscono “di una crudeltà inaudita”.
Il nome ‘Fakir’ – arabo per ‘povero’ – era il soprannome con cui Mohamed era conosciuto nel quartiere di San Siro, a Milano, dove da anni vendeva fazzoletti e accendini. Nessun precedente penale, nessun atteggiamento violento. La sua morte ha diviso l’opinione pubblica: una parte chiede giustizia, l’altra difende il lavoro della polizia con il pretesto della sicurezza urbana.
Le frasi incriminate, estrapolate dagli atti, sono diventate virali sui social. Espressioni come “È schiattato” – gergale per ‘è morto’ – e il gelido “che me ne frega” sono state definite da associazioni per i diritti civili “la prova di una disumanizzazione che non può essere tollerata in una democrazia”. Il sindacato di polizia ha invece invitato a “non giudicare sulla base di stralci decontestualizzati”.
**Analise**
L’impatto mediatico è immediato. Italia si trova ad affrontare un ennesimo caso di presunta brutalità, con un linguaggio che, se confermato, rappresenterebbe un cedimento etico grave. La magistratura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e vilipendio di cadavere, mentre il ministero dell’Interno ha annunciato un’ispezione interna. Ma la strada per la verità è stretta: le voci degli agenti non sono state ancora identificate pubblicamente, e il rischio di una copertura istituzionale è alto.
La vicenda va oltre il singolo episodio: tocca il nodo della cultura organizzativa nelle forze dell’ordine, dove il cinismo può diventare routine. In un Paese che registra una media di un morto ogni 72 ore in circostanze legate a interventi di polizia, secondo dati non ufficiali di associazioni, ogni parola diventa un boomerang. Le frasi shock di Fakir non sono solo un orrore privato – sono lo specchio di un sistema che, a volte, dimentica la propria funzione di servizio.
Dall’altra parte, c’è la pressione per non criminalizzare l’intera categoria. Gli agenti lavorano in condizioni di stress e pericolo, e singole dichiarazioni non dovrebbero macchiare l’onore di migliaia di operatori onesti. Tuttavia, la magistratura ha il dovere di accertare se quelle parole siano state effettivamente pronunciate e, in caso positivo, se rappresentino un atteggiamento abituale o un’eccezione. Il processo, già calendarizzato per la prossima primavera, sarà osservato da vicino dall’opinione pubblica internazionale.
**Fontes**
La ricostruzione si basa su notizie pubblicate da testate nazionali come Ansa, Corriere della Sera, La Repubblica e Il Fatto Quotidiano, oltre a documenti giudiziari parzialmente depositati. Le registrazioni sono state citate in articoli del giugno 2025 e successive integrazioni. Il nome della vittima è stato divulgato dai familiari tramite i legali.
Por Renan Filho · 2026-10-27