Nel 2025 l’Italia ha registrato il tasso di natalità più basso della sua storia unitaria: appena 393.000 nuovi nati, contro i 650.000 decessi. Il saldo naturale negativo si allarga, e la piramide demografica si rovescia. Ma c’è un dato che corre in direzione opposta: secondo l’ultimo rapporto Assalco-Zoomark, il numero di animali domestici ha superato i 18 milioni, con una spesa familiare annua per pet food, cure veterinarie e accessori che ha raggiunto i 4,2 miliardi di euro. Cuccie e lettiere sostituiscono le culle, e il fenomeno del pet parenting – considerare gli animali come figli – è ormai un pilastro del consumo e dell’identità sociale italiana.
Il paradosso è che, mentre il governo spende miliardi in bonus una tantum per incentivare le nascite (bonus bebè, asili nido gratuiti, assegno unico), il risultato è nullo. I dati ISTAT mostrano che il numero di donne tra i 25 e i 34 anni che dichiarano di non volere figli è salito dal 18% del 2010 al 34% del 2025. Nello stesso periodo, il numero di famiglie con almeno un animale domestico è passato dal 38% al 53%. Il pet parenting non è una scelta estemporanea: è una risposta razionale a un sistema che rende la genitorialità un lusso proibitivo.
Perché importa? Perché la sostituzione dei bambini con gli animali ha conseguenze economiche strutturali. Meno nascite significa meno forza lavoro futura, meno contribuenti, più pressione sul sistema pensionistico e sanitario. L’Italia ha già il più alto rapporto debito/PIL dell’area euro (141% nel 2025), e una popolazione che invecchia senza ricambio generazionale rende insostenibile qualsiasi welfare state. Il pet parenting, per quanto dolce e affettuoso, non paga le pensioni. I cani non versano contributi INPS e i gatti non pagano l’IRPEF.
Analisi FORTIS: il problema non è la scelta individuale di avere un animale – che è legittima e spesso benefica – ma il contesto che la rende più conveniente della genitorialità. In Italia, il costo medio per crescere un figlio fino a 18 anni è stimato in 175.000 euro (dati ISTAT 2024), mentre il costo di un cane di taglia media si aggira sui 15.000 euro in 12 anni. La differenza è abissale, e il mercato risponde: le aziende hanno moltiplicato l’offerta di servizi per animali (asili per cani, assicurazioni sanitarie pet, hotel pet-friendly), mentre i servizi per l’infanzia restano costosi, farraginosi e spesso inaccessibili. Lo Stato, invece di tagliare la burocrazia e ridurre la pressione fiscale sulle famiglie, distribuisce sussidi che non cambiano i fondamentali: un’imposta sul reddito delle persone fisiche che parte dal 23% e arriva al 43%, un costo del lavoro tra i più alti d’Europa, e una burocrazia che soffoca chi vuole avviare un’impresa o assumere una babysitter. Il risultato è che i giovani preferiscono un cucciolo a un bambino perché, nei fatti, è più sostenibile.
Contrappunto: i difensori del pet parenting – spesso schierati su posizioni progressiste – sostengono che si tratta di una scelta personale e che criticarla è un atto di moralismo conservatore. Sottolineano che gli animali domestici migliorano la salute mentale, riducono lo stress e rappresentano un nucleo affettivo per single e anziani. È vero. Ma il punto non è demonizzare gli amanti degli animali: è denunciare che lo Stato, con le sue tasse e la sua inefficienza, ha reso economicamente razionale preferire un animale a un figlio. Se il mercato del lavoro fosse più libero, se le tasse fossero più basse, se i servizi per l’infanzia fossero meno statalizzati e più concorrenziali, molte famiglie farebbero scelte diverse. Invece, il sistema premia chi non si riproduce: meno bocche da sfamare, meno tasse da pagare, meno burocrazia. Il pet parenting è il sintomo di un fallimento collettivo, non di una vittoria individuale.
Por Renan Filho · 2026-09-26