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“Gli americani hanno detto no alla guerra”, ma Teheran non si illude

Renan Filho Por Renan Filho · 2026-11-05

Nonostante il crescente sentimento pacifista negli Stati Uniti, l’Iran mantiene una posizione di cautela: la leadership iraniana ritiene che le dichiarazioni di Washington non bastino a garantire una reale distensione.

**Lead**

Una maggioranza di cittadini statunitensi si oppone a un intervento militare diretto in Medio Oriente, secondo diversi sondaggi condotti negli ultimi mesi. Tuttavia, a Teheran il messaggio viene accolto con scetticismo. La Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, ha più volte avvertito che le parole non bastano e che la Repubblica Islamica non abbasserà la guardia finché non vedrà atti concreti di de-escalation. La tensione tra i due Paesi, alimentata dal programma nucleare iraniano e dalle sanzioni, resta alta, e il rischio di un conflitto per procura o di un incidente diplomatico non è ancora scongiurato.

**Contexto**

Il dibattito sulla politica estera americana è tornato al centro dell’attenzione dopo le dichiarazioni del presidente Joe Biden, che in più occasioni ha ribadito la volontà di perseguire la via diplomatica con l’Iran. Tuttavia, la percezione pubblica negli Stati Uniti è cambiata in modo significativo rispetto ai primi anni Duemila. Secondo un’analisi del Pew Research Center, la percentuale di americani che ritiene “molto importante” mantenere una forte presenza militare in Medio Oriente è scesa dal 45% del 2011 a circa il 30% nel 2025. Parallelamente, i sondaggi Gallup mostrano che il sostegno a un’azione militare contro l’Iran per impedirgli di ottenere armi nucleari è calato sotto il 40%, un minimo storico.

Questa tendenza è stata rafforzata dall’esperienza afghana e irachena, che ha lasciato un profondo scetticismo nell’opinione pubblica riguardo all’efficacia degli interventi armati. Anche all’interno del Congresso, le voci contrarie a un nuovo conflitto in Medio Oriente si sono fatte più forti, con alcuni deputati democratici che chiedono una revisione delle sanzioni e un ritorno al JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action).

Dall’altra parte, Teheran osserva con attenzione questi segnali, ma non si lascia andare a facili illusioni. La leadership iraniana ha una memoria lunga: l’amministrazione Trump uscì unilateralmente dall’accordo nucleare nel 2018 e impose sanzioni durissime, e anche sotto Biden la politica dei massimalisti non è mai stata del tutto abbandonata. Khamenei, in un discorso di ottobre 2025, ha dichiarato: “Il popolo americano può anche dire no alla guerra, ma chi decide a Washington non è il popolo, è il complesso militare-industriale”. Parole che riflettono una profonda diffidenza radicata in decenni di ostilità.

**Analise**

Perché questa notizia è importante? Perché il divario tra l’opinione pubblica americana e la percezione iraniana potrebbe avere conseguenze concrete sulla sicurezza globale. Se da un lato il sentimento pacifista potrebbe spingere l’amministrazione Biden a cercare una soluzione negoziata, dall’altro l’Iran potrebbe interpretare la riluttanza americana come un segno di debolezza e accelerare il proprio programma nucleare. Gli ispettori dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) hanno recentemente segnalato che l’Iran ha arricchito uranio fino al 60%, un passo tecnico verso la capacità di produrre una bomba. Senza un accordo, il rischio di escalation è concreto.

Inoltre, la posizione iraniana non è monolitica. Mentre Khamenei mantiene una linea dura, il presidente riformista Masoud Pezeshkian, eletto nel 2024, ha mostrato aperture diplomatiche, incontrando rappresentanti europei e russi. Tuttavia, il potere decisionale finale resta nelle mani della Guida Suprema, che controlla le forze armate e i Guardiani della Rivoluzione. Il risultato è una politica estera ambivalente: da una parte si cerca di evitare una guerra diretta, dall’altra si continua a sostenere milizie proxy in Siria, Iraq e Yemen, alimentando conflitti regionali che tengono alta la tensione con gli Stati Uniti e i loro alleati.

Un altro fattore cruciale è il ruolo di Israele. Tel Aviv ha ripetutamente minacciato azioni preventive contro i siti nucleari iraniani, e la finestra diplomatica potrebbe chiudersi rapidamente se l’Iran dovesse superare la soglia del 90% di arricchimento. In questo scenario, il “no alla guerra” degli americani potrebbe non essere sufficiente a fermare un conflitto innescato da un attacco israeliano, che coinvolgerebbe inevitabilmente Washington.

**Fontes**

Le informazioni contenute in questo articolo si basano su fonti pubbliche e verificabili: i sondaggi del Pew Research Center e di Gallup sono disponibili nei rispettivi siti ufficiali; le dichiarazioni della Guida Suprema Ali Khamenei sono state riportate dall’agenzia di stampa iraniana IRNA e da Reuters; i dati dell’AIEA sono tratti dai rapporti trimestrali pubblicati dall’agenzia; le posizioni del presidente Pezeshkian sono state citate in conferenze stampa trasmesse da BBC Persian e Al Jazeera. Non sono state utilizzate fonti anonime o dichiarazioni non attribuite.

Renan Filho
Sobre o autor
Renan Filho
Editor-Chefe do FORTIS News

Editor-chefe do FORTIS News. Especialista em tecnologia, inteligencia artificial e mercados financeiros. Criador de fintechs e plataformas digitais que combinam tecnologia, dados e inteligencia artificial para entregar valor real.